Mentre cerco di trovare le parole per abitare questo presente, le mie dita sfiorano
qualcosa di diverso dal solito, non un freddo schermo dell’iPhone.
Oggi ho deciso di rimettere in ordine la libreria dello studiolo ed ho ritrovato una scatola di latta. Dentro c’è lo scambio epistolare tra mio nonno e quella che sarebbe diventata sua
moglie.
Leggere quelle pagine, oggi, non è solo un esercizio di nostalgia ma è un colpo
culturale.
Ricordo ancora quando, seduta accanto a lui, sfogliavamo quei fogli ingialliti. Gli
chiedevo spesso, quasi con insistenza: “Ma come facevi? Come facevi ad aspettare
così tanto prima di avere una risposta?
Oppure come facesse a far passare così tante settimane prima di sapere cosa sottese facendo, se fosse felice, se lo stesse pensando.
E lui con il suo solito sorrisetto mi guardava con lo sguardo di chi conosce una
verità che noi abbiamo ormai dimenticato. Mi diceva che l’attesa era un
incantesimo. Non conosceva l’ansia della “doppia spunta blu”. Pensate lui
aspettava il postino.
Per i miei nonni quel silenzio fra una lettera e l’altra non era un vuoto ma quasi uno
spazio sacro in cui l’altro veniva interiorizzato. L’immagine dell’amato non ave a
bisogno di essere aggiornata ogni ora su una “storia” ma era custodita proprio in
quegli scambi epistolari.
Oggi, ahimè, viviamo il paradosso dell’iper-presenza digitale che maschera
l’indebolimento emotivo.
Siamo immersi in quella che Bauman definirebbe una “relazione liquida”.
C’è chi consuma le tue immagini con la dedizione di un voyeur, regalandoti un like quasi
distratto come se fosse un tributo, ma poi magari non ha il coraggio di sostenere il
tuo sguardo nella vita reale.
È la codardia dell’online: persone che sanno tutto di te perché ti guardano attraverso i social, ma che abbassano ginocchia quando ti incocciano per strada, perché la realtà è un peso troppo grande per chi è abituato a vivere di riflessi.
Ci nascondiamo dietro agli schermi dei nostri telefonini o dietro “altri impegni”,
scuse che sanno di polvere pur di non affrontare la schiettezza di un incontro.
Eppure, mio nonno non scappava, restava lì a prendersi la responsabilità di ogni
singola sillaba scritta ad inchiostro.
Sapeva che la realtà porta scritto un “più in là” come diceva Montale che aspetta
solo di essere varcato e non solo visualizzato.
Ma sapete ciò che nessuna connessione potrà mai simulare è la verità dei sensi.
Pensate al potere di un abbraccio dopo la lontananza, di quel momento in cui l’altro
smette di essere un’idea e torna ad essere carne.
C’è una sacralità immensa nell’incontrarsi per guardare davvero chi ami, per
sentire il profumo che ti rimane addosso e che nessun algoritmo può archiviare.
La pelle ha una memoria che il cloud non può in alcun modo conoscere, un
profumo racconta più di mille messaggi e un abbraccio ha la forza di rimetterti
davvero al mondo.
Vogliamo bene attraverso uno schermo ma dimentichiamo che l’amore ha bisogno
di presenza. E allora seguire il proprio cuore significa sabotare questa finzione.
Significa comprendere che un “mi piace” non è un abbraccio e che il controllo digitale è solo
il fumo che copre l’incapacità di ardere davvero.à
Eppure la scelta resta sempre la nostra. Possiamo continuare ad accontentarci del
riflesso di un’emozione su uno schermo o invece avere il coraggio di tornare ad
essere “presenza”.
E allora chiedetevi qual è stata l’ultima volta che avete sentito il profumo di
qualcuno senza che ci fosse un filtro? Qual è l’ultima volta che avete preferito un
silenzio condiviso negli occhi di chi amate a una notifica rumorosa?
Chiudo questa scatola mentre fuori tutto continua a correre, con in mano una frase
di mio nonno: “Nessun foglio può contenere ciò che i miei occhi ti diranno”
Andiamo fuori di testa dalle notifiche ma siamo diventati sordi alle mancanze.
Chissà, forse la vera rivoluzione in questo secolo fatto di spettatori digitali non è
essere visti dal mondo, ma esserci per qualcuno.
Senza paura e senza scuse ma con il nostro profumo.








