Home Cultura e Eventi Villa Masini: dietro quel cancello dove la vita divenne bella

Villa Masini: dietro quel cancello dove la vita divenne bella

Percorrendo Via del Pestello a Montevarchi non si può fare a meno che rallentare ed essere
affascinati da una maestosa cancellata in ferro battuto.

Proprio dietro a questa, sorge un edifico a pianta ottagonale che sembra uscito da un sogno d’inizio Novecento: Villa Masini.

Edifico nato non solo come residenza ma come un vero e proprio “manifesto” in
pietra e ferro della borghesia imprenditoriale del primo Novecento.

L’affascinate storia della Villa è indissolubilmente legata alla figura di Angiolo Masini, un
industriale che incarnava perfettamente il mito del safe-made man.

Colui che fondò il cappellificio “La Familiare” e che volle una dimora che dialogasse idealmente con la sua fabbrica:

infatti, dalla torretta belvedere della villa, lo sguardo correva dritto verso l’alta
ciminiera dell’opificio, quasi a voler ricordare che ogni lusso di quella fantastica dimora
derivava dal sacrifico e dall’ingegno.

Proprio sulla soglia, il motto non lascia spazio a dubbi: “In Labor Vita” ovvero “Nel lavoro è la vita”.

C’è da dire che dietro al valore sociale si cela una venatura tragica; la villa fu
commissionata nel 1924 per la seconda moglie, Vincenza Ghini, ma morì prematuramente
senza mai potervi abitare, lasciando Angiolo in quello scrigno di bellezza.

Sotto l’attenta regia dell’ingegnere Giuseppe Petrini e dell’architetto Luigi Zumkeller, la
Villa divenne un cantiere d’eccellenza dove collaboravano i migliori talenti dell’epoca.

Basti pensare a Leopoldo Brandaglia e al suo allievo che popolarono il giardino e le
facciate di creature fantastiche come draghi, leoni e aquile andando a sorreggere i sottogonna, trasformando la dimora in una simil camera delle meraviglie all’aperto.

E poi il grande lavoro delle “Officine” di Giulio Bruni forgiarono il maestoso cancello
d’ingresso e raffinati dettagli interni. Inoltre la manifattura di Ulisse De Matteis realizzò la
celebre vetrata dello scalone.

Proprio qui, una figura femminile allegorica, osserva l’orizzonte industriale di Montevarchi, sorreggendo un cartiglio col motto dannunziano “Per non dormire”.

Niente è lasciato al caso. Nelle decorazioni pittoriche e nelle vetrate tornano quasi
ossessivamente simboli legati alla produzione del cappello come lepri, conigli e cardi,
nobilitati dall’arte trasfondano la materia prima industriale in motivo ornamentale eccelso.

All’interno, ogni stanza è un mondo a sé, passando dal “Salottino da fumo” fino alla
“Fontana della Venere”.

Ma c’è un’immagine ne “La Vita è bella” di Benigni che, più di ogni altra, ha consegnato
Villa Masini all’immortalità globale, smettendo di essere un monumento di Montevarchi
per diventare la soglia di un altro mondo.

Ricordate quando Guido e Dora arrivano davanti all’imponente cancellata di Villa Masini. Non è solo l’ingresso di una semplice casa ma potremmo dire che è il sipario che si apre su una favola.

La cinepresa ha colto, penso, l’essenza più profonda di questo Lugo, ovvero quello di essere una “scatola magica” sospesa nel tempo. Mentre quel cancello si apre lo spettatore viene trascinato insieme ai protagonisti in un mondo di forme sinuose e luci soffuse.

Ancor oggi, chi passa davanti a quel cancello non vede solo una residenza d’epoca ma un
paradosso che ci interroga sul nostro bisogno di bellezza.

Di fatto il Masini la fece costruire per celebrare la solidità dell’impero industriale, eppure la sua storia ci insegna che tutto ciò che è solido è destinato a mutare. Alla fine ciò che resta non è la ricchezza del proprietario ma lo stupore.

Forse c’è una lezione filosofica dietro a Villa Masini che in fondo “la vita è bella” non
perché priva di dolore ma perché l’essere umano è così complesso e pieno di desiderio che
nonostante tutto continua a costruire castelli in cui far abitare, anche solo per una notte, la
propria “Principessa”.

Di Gemma Peri

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